Cosa sono le geisha 芸者 (geiko 芸子 a Kyoto e geigi 芸妓 nel Kanto e altre regioni) e le maiko 舞妓?

Le geisha sono raffinate artiste dell’intrattenimento, versate nelle arti tradizionali giapponesi (danza, canto, strumenti musicali, giochi, arguzie, etc.) e le maiko sono le loro “apprendiste”.

Geisha e maiko indossano abiti tradizionali (i famosi kimono ) e portano elaborate acconciature tradizionali.

Geisha significa letteralmente “colei che esercita un’arte” e maiko “colei che danza”.

Sia geisha che maiko indossano kimono in seta di squisita bellezza, ma l’eleganza di una geisha è nei gesti e nel portamento (si dice che una geisha sia capace di incantare con il solo movimento di una mano), pertanto i suoi abiti e le sue acconciature sono sobri, raffinati e poco appariscenti. Una geisha è un’artista fatta e finita.

Le maiko, al contrario, sono ragazze nel fiore degli anni, farfalle colorate al confine tra adolescenza e maturità, e il loro abbigliamento è appariscente e sgargiante, con kimono intonati al passare delle stagioni, dalle lunghe maniche e dagli ancor più lunghi obi. Indossano calzature alte e leggermente instabili, che donano al loro passo un’allure inconfondibile, quasi danzante e – si dice – irresistibile per un uomo. Le acconciature sono appariscenti e piene di accessori colorati (i kanzashi), che si agitano e tintinnano al muoversi della testa.

Queste donne incarnano ideali di bellezza, perfezione stilistica ed eleganza femminile tradizionale, sono figure iconiche e irraggiungibili, fuori dal tempo.

La loro funzione è quella di fornire un intrattenimento elegante e raffinato, ma non noioso, ad una clientela abbiente durante incontri di lavoro o ricevimenti privati nelle case da tè o in ristoranti tradizionali.

Accedere ad un incontro con una vera geisha è molto complicato, senza uno “sponsor” giapponese che ci presenti nell’ambiente e ci apra le porte di una casa da tè è quasi impossibile. Una buona alternativa è assistere ad uno dei festival tradizionali che ancora si svolgono a Kyoto ogni anno (Miyako Odori, Kyō Odori e Kitano Odori in aprile, Kamogawa Odori in maggio e Gion Odori in novembre).

Da qualche tempo ci si può anche affidare a delle agenzie, ma bisogna sapere scegliere bene.

Ma una geisha è una prostituta?

Contrariamente a quanto molti ancora credono, le geisha e maiko non hanno nulla a che vedere con la prostituzione e l’industria del sesso più in generale.

L’assioma geisha = prostituta nasce principalmente nel secondo dopoguerra, quando i soldati americani di stanza in Giappone frequentavano donzelle di dubbia moralità vestite in kimono che si presentavano in un inglese storpiato come “geisha girl” per offrire i loro servizi a pagamento.

Un’altra ragione è l’elevato costo dei servizi offerti da una geisha (si parla di cifre a tre zeri per poche ore), ma in realtà molti non sanno che il compenso che queste artiste ricevono serve a coprire tutta una serie di costi vivi e a rimborsare l’investimento che la loro Okiya (, la loro “casata” di appartenenza, ma ne parleremo in seguito) ha fatto per la loro educazione, la loro formazione artistica e il loro addestramento. Senza contare il costo altissimo del loro vestiario, che fino al momento in cui non iniziano a guadagnare viene fornito dall’Okiya stessa.

Non vorrete mica che una geisha o una maiko indossino sempre gli stessi vestiti, no? E allora preparatevi a sborsare migliaia e migliaia di euro per un bel kimono di seta.

Oggi il compenso di una geisha si calcola ad ore, una volta – prima degli orologi – si calcolava in base al numero di bastoncini di incenso bruciati nell’arco della serata.

A proposito, per chi non lo sapesse, a Tokyo le maiko sono chiamate Hangyoku 半玉, “mezzo-gioiello”, un po’ perché ancora non sono geisha perfette e perché guadagnano la metà.

In ogni caso una geisha non è votata alla castità e, in passato, accadeva che una geisha accordasse i suoi favori (liberamente o su pressione dell’Okiya) a clienti particolarmente facoltosi e/o importanti, dei “mentori” chiamati danna (旦那 il “cliente-marito”) con i quali intrattenevano una relazione continuativa più o meno platonica, e che potevano dar loro un sostegno economico costante o un aiuto a ripagare i propri debiti verso l’Okiya per rendersi indipendenti o smettere di lavorare.

Ancora oggi le geisha, pur mantenendo un profilo socialmente molto riservato, possono intrattenere relazioni e spesso a “fine carriera” si sposano.

Ma approfondiamo un po’ la storia.

È nel XVII secolo che si comincia a parlare della geisha come figura deputata all’intrattenimento, dapprima affiancata e poi nei decenni successivi al posto delle Oiran (花魁 cortigiane nel vero senso della parole e quello che oggi definiremmo una “prostituta di alto bordo”); il fatto interessante e che non tutti sanno è che le prime “geisha” sono dei… maschietti, che intrattengono i clienti delle Oiran in attesa, un po’ come i trailer prima del film al cinema…

Parallelamente si sviluppa anche una forma di casto intrattenimento musicale (danze, canti, musica) nelle case private dei samurai e della nascente ricca borghesia mercantile di Edo, l’antica Tokyo, dove le performer – chiamate odoriko (“ragazze danzanti”) – sono ragazzine addestrate all’arte sin dalla più tenera età.

Ben presto i confini si sfumano, la fortuna delle Oiran (costosissime ed inavvicinabili e legate ad un mondo strettamente nobiliare, con manierismi antichi e ormai fuori moda in una società che sta cambiando) inizia a declinare, mentre le ragazzine che ballavano per i samurai crescono e cercano un loro posto nel mondo e una tazza di riso da mettere in tavola. Molte per sopravvivere diventano dapprima prostitute, ma nell’arco di pochi anni queste donne soppiantano la loro controparte maschile diventando le depositarie dell’arte dell’intrattenimento tradizionale che conosciamo oggi. Anche il nome che adottano, geisha, è un richiamo all’arte dell’intrattenimento esercitata precedentemente dagli uomini, quasi a tracciare una netta linea di confine tra l’intrattenimento del corpo e quello dell’anima.

La legislazione cambia a riflettere questo cambiamento, le geisha vengono “confinate” nelle cosiddette Hanamachi (花街 “città dei fiori”), quei quartieri del divertimento e del piacere, dove la prostituzione è vietata (non vorrete mica rubare il lavoro alle Oiran?) e che corrispondono a quelli che sono oggi i “quartieri delle geisha”, come Gion e Pontocho a Kyoto, Shinbashi e Kagurazaka a Tokyo e così via.

Insomma, all’inizio del XIX la figura ed il ruolo delle geisha sono già consolidati e ci sono Hanamachi in ogni città. Ad esempio, Tokyo e Kyoto ne avevano 6 ciascuna (a Tokyo: Shinbashi, Yoshicho, Hachioji, Mukojima, Kagurazaka e Asakusa; a Kyoto: Gion Kobu, Pontocho, Kamishichiken, Miyagawacho, Gion Higashi e Shimabara).

Negli anni ’20 in Giappone c’erano circa 80.000 geisha/maiko, mentre oggi sono circa mille, concentrate in larghissima parte a Kyoto e – in minor – misura a Tokyo.

Come si diventava geisha?

Nei bei tempi andati (diciamo fino al 1930-1940) non è che una ragazzina decidesse di sua sponte di diventare una maiko e poi una geisha/geiko. Pur con fronzoli e bei vestiti, era comunque un lavoro molto difficile, cui si accedeva dopo un durissimo apprendistato.

Chi resisteva… poteva diventare un membro del karyūkai (花柳界 “il mondo dei fiori e dei salici”), come è ancora oggi chiamato il mondo segreto delle geisha.

Un’okiya, traducibile come “casa delle geisha” è un enclave tutta al femminile, con una stretta gerarchia matriarcale. Una severa e inflessibile okāsan (お母さんが “madre”) è il capo indiscusso e da lì a scendere la struttura si snoda in geisha, maiko, apprendiste e sguattere. Se la padrona di casa è la okāsan, le geisha della casa sono seconde in gerarchia e rispettosamente chiamate onēsan (お姉さん “sorella maggiore”).

In mancanza di un’erede propria o qualora questa si dimostri indegna, la okāsan nomina una delle sue geisha come sua erede e quest’ultima alla sua morte prenderà in mano le redini della “famiglia” e dell’okiya .

E allora come si diventava una geisha? Beh, le famiglie, spesso molto povere, cedevano le bambine ancora giovanissime (anche a 6 anni o meno!) all’okāsan in cambio di un compenso pecuniario. Le bambine diventavano quindi proprietà della okiya, dove ricevevano vitto e alloggio in cambio dei loro servizi da sguattera, lavorando per rimborsare la okāsan del denaro speso per acquistarle.

Non molto poetico, ma non diverso da quel che accadeva anche da noi per altre professioni.

Comunque, verso i 10 anni o comunque nella prima adolescenza, le bambine che mostravano un certo potenziale venivano iscritte ad una scuola speciale, la kaburenjō (歌舞練所), dove apprendevano tutte le arti necessarie a diventare una geisha (danza, canto, suonare lo shamisen). Ovviamente dovevano anche continuare a far le sguattere e i costi della scuola si sommavano al loro debito (capito perché poi serviva uno “sponsor” ricco?).

In questa prima fase di apprendistato, che poteva anche durare anni, le ragazze non si chiamavano ancora maiko, bensì shikomi-san (仕込みさん).

Quando la prima fase da shikomi-san finiva, la giovane apprendista diventava una sorta di maiko in prova, la minarai (見習い letteralmente “colei che impara guardando”, ma anche… “non abbastanza”). La okāsan “affidava” la ragazza ad una geisha esperta, di cui diventava contemporaneamente assistente e allieva. Vestita di tutto punto, l’apprendista accompagnava la “sorelle maggiore” agli appuntamenti di lavoro e lì osservava silenziosamente. Non riceveva compenso e non poteva intrattenere gli ospiti, doveva solo guardare e impadronirsi per osmosi di tutte quelle cose che non si imparano a scuola, ma con l’esperienza: come sostenere una conversazione in modo arguto, come catturare l’attenzione di un ospite, e così via.

Questa fase durava almeno un mese, in base alle doti della maiko. Quando la okāsan riteneva che la ragazza fosse pronta, la nuova maiko faceva il suo debutto con una cerimonia chiamata misedashi (見世出し, letteralmente i kanji significano “vedere”, “mondo”, “uscire”).

Se pensate che a questo punto il più fosse fatto vi sbagliate di grosso.

Una ragazza poteva restare maiko anche per cinque anni prima di “diplomarsi” e diventare una vera geisha. In questo periodo tutti i suoi guadagni andavano all’okiya e le dimissioni non erano contemplate, dato che doveva iniziare a rimborsare alla “casata” tutti i costi sostenuti per la sua istruzione e per il suo abbigliamento.

La vita della maiko era molto dura. Oltre alla completa dipendenza dalle okāsan e dalle onēsan, c’erano restrizioni anche fisiche: i loro capelli venivano acconciati una volta alla settimana e per evitare di rovinare un lavoro tanto prezioso e costoso dovevano dormire su un cuscino di legno che tenesse le chiome sollevate. La okāsan spesso spargeva del riso intorno al trespolo di legno, in modo da vedere se le ragazze si fossero mosse. Molte maiko presentavano delle zone di capelli molto danneggiati o addirittura aree con alopecia a causa dello stress meccanico dell’acconciatura.

Ovviamente, libertà personale e il tempo libero non erano contemplati.

Una volta raggiunti i 20/21 anni la maiko veniva finalmente dichiarata geisha/geiko con una cerimonia chiamata erikae (襟替えletteralmente “girare il colletto”, dato che il colletto/bavero dei kimono delle maiko è rosso e quello delle geisha è bianco).

Da questo momento la geisha rimaneva tale fino a quando non si ritirava a vita privata o non si sposava.

E oggi?

Oggi la via per diventare geisha è un po’ meno faticosa, ma nella sostanza rimane uguale (obbedienza assoluta, severità delle regole, scuola e preparazione…).

Le leggi sulla protezione dei minori e sul lavoro infantile, nonché l’istruzione obbligatoria fino alla fine delle scuole medie fanno sì che difficilmente una ragazza inizi il percorso per diventare geisha prima della tarda adolescenza e oggi sono ben poche quelle che decidono di lasciare la scuola prima dei 18 anni. Alcune ragazze decidono di diventare geisha dopo l’università.

Questo fa sì che il processo di apprendistato che una volta durava anche 10 anni sia oggi compresso al massimo in 3-5 anni.

Se una ragazza decide di intraprendere questa carriera, chiede ad un’okiya di essere ammessa all’apprendistato (cosa non semplice, dato che bisogna essere introdotti da una persona nota all’okāsan), poi l’okāsan parla con la famiglia, in modo che tutti si rendano conto di cosa comporti la carriera prescelta e, se tutti sono d’accordo, la ragazza viene accolta all’okiya. Ovviamente la ragazza non viene più “comprata” dalla famiglia, ma dovrà comunque rifondere all’okiya quanto l’okāsan spenderà per lei.

A Kyoto non sono ammesse all’apprendistato ragazze straniere o considerate troppo mature; le prescelte devono adeguarsi ad uno stile vita con ritmi di altri tempi e con regole ferree e una gerarchia inflessibile. Le regole sono sostanzialmente le stesse di 100 anni fa e i contatti con la famiglia di origine sono pochi e controllati e le ragazze non possono avere un cellulare.

A Tokyo e in altre regioni si è un po’ meno schizzinosi, si accettano ragazze più grandi e – rarissimamente – qualche straniera. Che io sappia ci sono in tutto 7 geisha straniere, anche se non tutte in attività.

Se la ragazza è particolarmente agée diventerà geisha senza prima essere formalmente una maiko, perché troppo “anziana”, ma dovrà comunque seguire un rigoroso apprendistato di almeno un anno.

Capirete bene che a causa di queste “concessioni” alla modernità e alla mondanità a Kyoto storcono un po’ il naso e non considerano una geisha di Tokyo all’altezza di una Geiko.

La tradizione dello “sponsor”, il danna, è sparita.

Cosa fa una geisha in pensione?

Oggi, non ci sono particolari restrizioni alla vita “post-geisha”, compatibilmente con l’istruzione ricevuta: chi ha studiato solo danza e shamisen difficilmente potrà diventare un ingegnere aero-spaziale.

La maggioranza delle ragazze si sposa; altre aprono locali (sale da tè, ristoranti…), altre ancora lavorano nel turismo.

Ricordate anche che non c’è un’età fissa per ritirarsi: anche se sono un’eccezione, ci sono geisha molto anziane in attività, perché per una geisha la bellezza non è legata all’avvenenza fisica, ma alla loro abilità di artiste e alla loro eleganza.

Quella che ho visto è davvero una geisha/maiko, ovvero… come distinguo una geisha vera da una falsa?

Su questa parte si potrebbe scrivere un libro.

Prima di tutto dobbiamo imparare a distinguere una geisha da una maiko e a capire i tratti distintivi del loro abbigliamento. Come potete vedere dalle foto qui sotto geisha e maiko sono molto diverse per trucco, acconciatura, abbigliamento e non solo…

Come linea guida, ricordate che l’abbigliamento ed il trucco si fanno più sobri ed “adulti” mano a mano che si procede nell’evoluzione da maiko “junior” (principiante) a maiko senior e infine a geisha.

Storicamente le maiko iniziavano l’apprendistato da bambine e questo ovviamente si riflette nel loro abbigliamento/acconciatura/make-up tradizionale.

(Foto SX by: Joe Baz / CC | centrale e DX by: Annie Guilloret / CC – tratta da https://iamaileen.com/understand-japanese-geisha-geiko-maiko-define/)

(Foto SX by: Laura Tomàs Avellana / DX by: Joi Ito / CC – tratta da https://iamaileen.com/understand-japanese-geisha-geiko-maiko-define/)

Partiamo dalla maiko

Maiko junior (primo anno di apprendistato):

  • Sul viso è applicata un’evidente base bianca (perché in antichità le case da tè erano scarsamente illuminate e così il viso risaltava meglio alla luce delle candele), lasciando scoperta solo una sottile riga attorno ai capelli.

  • Il colore bianco non è applicato solo sul viso, ma anche dietro, sul collo, tranne che per una piccola area alla base della testa, allungata in due punte a “V” (tre nelle occasioni speciali, come a Capodanno), che sono lasciate al naturale. Queste punte sono dette “ashi” (gambe) e servono a far sembrare il collo molto più lungo e anche per aggiungere una punta di seduzione.

  • Le guance e la zona degli occhi sono evidenziate con una nuance di colore rosso.

  • Gli occhi sono contornati in rosso intenso (detto rosso-Kyoto!). L’eye-liner o non si usa o solo in forma molto leggera (a meno che non si tratti di un’occasione speciale).

  • Le sopracciglia sono ridisegnate e evidenziate in rosso

  • Le labbra non sono coperte completamente dal rossetto e il rosso è applicato solo sul labbro inferiore.

  • I capelli sono acconciati in modo molto complesso, solitamente secondo lo stile Wareshinobu (割れしのぶ).

https://geimei.tumblr.com/hairstyles

Questa acconciatura solitamente non si usa dopo i 18 anni.

  • I capelli sono pieni di ornamenti a sottolineare la ricchezza della okiya e per attrarre l’attenzione sulla gioventù della maiko.
    Il ventaglio a destra (sx in foto…) si chiama bira bira kanzashi (bira bira è un’onomatopea, richiama il tintinnio e anche il gioco della luce sull’ornamento). Nelle occasioni speciali se ne usano due.
    La “palla” floreale di sinistra (dx in foto…) si chiama Tsumami kanzashi e tutti i fiori sono in seta e realizzati a mano. Assume nomi diversi a seconda della foggia. La parte pendente che si vede nella foto di destra si chiama “bura-bura” (altra onomatopea) e si usa solo per il primo anno di servizio come maiko.
    I kanzashi e i colori seguono il ritmo delle stagioni.
    Ci sono ovviamente acconciature e make-up speciali per le grandi occasioni.

  • Per quanto riguarda il kimono, la foggia è in stile “furisode” (abito formale per le ragazze nubili), con le maniche molto lunghe. Sottolinea il fatto che le maiko sono ancora ragazzine al confine tra infanzia e vita adulta. Il kimono, rigorosamente in seta e con un peso finito tra i 10 e i 20 kg (!!!), ha un orlo molto lungo, che la maiko sostiene con la mano sinistra mente cammina. I motivi disegnati sul kimono sono vari e si rifanno al passare delle stagioni. I decori coprono quasi tutto il kimono e partono all’altezza delle spalle.

    Un fatto interessante è che i kimono delle maiko hanno dei risvolti/pieghe all’altezza delle spalle: vista la giovanissima età delle apprendiste del passato, la loro altezza e struttura fisica cambiava nel corso degli anni, per cui bisognava avere la possibilità di allargare e allungare le spalle del kimono per adattarlo allo sviluppo del corpo.

    Per danzare si indossa un kimono speciale, con lo strascico, chiamato hikizuri.

  • Il colletto è rosso, decorato con ricami chiari.

  • L’obi (la cintura) è detto “darari non obi” è lunghissimo (oltre 5 metri!) e nella parte bassa è ricamato il simbolo/marchio dell’okiya di appartenenza. La funzione del marchio sull’obi è duplice. Il primo è semplice da capire: un intenditore riconoscerà subito la casata di appartenenza della maiko. Il secondo ci porta invece indietro di qualche secolo, quando queste bambine (10-12 anni) restavano nelle case da te fino a tarda sera; ad un certo punto crollavano per la stanchezza e si addormentavano, ma grazie al simbolo, lo staff della casa da té sapeva dove riportarle.

  • Una menzione speciale per l’obiage, la cintura usata per legare e fissare l’obi e vedete nella foto qui sotto. Le maiko indossano sempre un obiage rosso, che deve spuntare in modo evidente dall’obi.

  • Finiamo con le comode scarpe, i famosi “zoccoloni” chiamati “Okobo” che (se non si rompono una caviglia alla prima uscita) donano alle maiko la loro famosa andatura ondeggiante.

Maiko senior (dal secondo fino all’ultimo anno di apprendistato o prossima al debutto come geisha):

  • La base bianca di viso e collo non cambia.

  • Le guance e la zona degli occhi sono evidenziate con una nuance rossa molto più leggera rispetto a prima (tende più al rosa dei fiori di ciliegio che al rosso).

  • Gli occhi sono contornati in nero e rosso intenso.

  • Le sopracciglia sono ridisegnate e evidenziate in rosso.

  • La copertura delle labbra è sempre parziale, ma il rosso è applicato su entrambe le labbra.

  • I capelli sono sempre acconciati in modo molto complesso:

    • secondo lo stile Wareshinobu (割れしのぶ) se la maiko ha meno di 18 anni (vedere foto sopra)

    • secondo lo stile Ofuku (おふく), un po’ più “sobrio”, se la maiko ha più di 18 anni e/o si avvia alla fine dell’apprendistato.

    • secondo lo stile Sakkō (先笄), nelle ultime due settimane prima di diventare geisha a tutti gli effetti. Si tratta di una pettinatura estremamente elaborata, tradizionalmente riservata alle neo-spose e che simboleggia quindi il rito di passaggio da maiko a geisha che avviene con la cerimonia dell’erikae. I capelli sono intrecciati in modo complesso, con un unico ciuffo che rimane libero e che la okāsan e le altre maiko e geisha dell’okiya tagliano durante la cerimonia.

  • Anche per le maiko “senior” sono previste acconciature e make-up speciali per le grandi occasioni.

  • In alcune di queste occasioni, le maiko tingono i denti di nero, che nell’antichità era considerato segno di bellezza e molto sexy.

  • Per quanto riguarda le decorazioni per i capelli, il “bura-bura” pendente scompare.

  • Le decorazioni dei kimono sono più “sobrie” e solo una delle spalle del kimono è decorata.

  • L’obiage è sempre rosso, ma – se l’apprendistato volge alla fine e il passaggio di rango si avvicina – si comincia a rincalzare l’obiage dentro all’obi e a renderlo meno visibile.

  • Il colletto tende sempre di più al bianco ed è finemente ricamato in rosso.

  • Le maiko che si avviano al debutto da geisha non sono più costrette ad indossare gli okobo, ma possono indossare i comodi geta o zori per le camminate più lunghe.

Passiamo alle gheisha

  • In generale il make-up di una geisha è meno marcato e più “misurato” rispetto alla maiko. La geisha è una donna adulta, che non ha bisogno di ostentare la propria perfezione.

  • L’eye-liner si fa più marcato, ma le sfumature rosse si riducono:

  • L’applicazione del rosso sulle labbra è più ampia.

  • Le punte a “V” sul collo sono ridotte e meno visibili.

  • Dal secondo dopoguerra alle geisha è stato concesso di indossare una parrucca, invece di sottostare alle stesse torture di una maiko per sistemare i capelli. Si tratta comunque di parrucche fatte su misura, con capelli veri e dal costo molto elevato, che vengono abitualmente sistemate da un acconciatore specializzato, ad intervalli regolari o qualora ve ne sia necessità. L’acconciatura abituale per una parrucca da geisha è uno chignon alto, formale, chiamato Taka Shimada (高島田). I capelli incorniciano il volto e frontalmente presentano un “picco della vedova” accentuato. Ogni geisha ha più di una parrucca con pettinature diverse, più o meno formali, da indossare nelle occasioni speciali.

Piccole curiosità:

  • una geisha che indossa un “fiocco” argentato sotto lo chignon è una geisha che è ancora legata ad un okiya e non ha estinto il suo debito.

  • anche le maiko prossime al “diploma” possono acconciare i capelli in uno chignon di stile “Shimada”, ma mai nello stile Taka Shimada.

  • per alcune occasioni speciali, la parrucca non si usa e la geisha acconcia direttamente i suoi capelli.

  • la geisha indossa un kimono “kosode”, una versione speciale del kimono “tomesode”, lo stile più formale per le donnae sposate. Le maniche sono molto più corte rispetto a quelle delle maiko, e le spalle sono lisce, senza rincalzi. I disegni e i ricambi del kimono iniziano dall’orlo inferiore e salgono fino alla vita, ma non oltre. Anche la geisha per danzare indossa un kimono hikizuri, benché meno ornato ed appariscente di quello di una maiko.

  • Il colletto è rigorosamente bianco e solitamente senza alcun motivo ornamentale e senza ricami.

  • L’obi (la cintura) è molto meno ingombrante e più compatto di quello di una maiko (e lungo la metà). Viene chiamato “taiko musubi obi”, perché la forma ricorda quella dei tradizionali tamburi taiko.

  • L’obiage può essere bianco, di colore chiaro o rosso ed è sempre rigorosamente infilato nell’obi e lo si intravede solamente.

  • Ai piedi indossano geta e zori.

E quindi come riconosco una geisha/maiko vera da una figurante/turista travestita?

Sfruttando quello che vi ho detto sopra e ricordando qualche semplice, ma infallibile trucco:

  1. Se ha la parrucca… non è una maiko;

  2. Se ha il cellulare in mano… non è una maiko;

  3. Se ha il kimono corto e/o l’orlo infilato sotto l’obi… non è una maiko;

  4. Se girano in coppia sorridenti come se stessero aspettando solo voi… non sono maiko

  5. Guardate i piedi! Se anche gli zoccoloni fossero quelli giusti, guardate come cammina…

  6. Una turista “travestita” non raggiungerà mai la perfezione di una vera maiko. Ci sarà sempre qualche incongruenza (colori, trucco, accessori) che salta all’occhio.

Ma soprattutto…

  1. Se si ferma a fare foto con voi sorridente… non è una maiko

  2. Se la incontrate in giro fuori da una Hanamachi, prima delle 5 di sera perfettamente vestita… non è una maiko

Ovviamente quanto sopra vale anche per un geisha, anche se di “geisha makeover” se ne vedono pochi. Capita piuttosto di vedere gruppetti di ragazze vestite da maiko accompagnate da una signora più matura in stile geisha. Devo dirvi espressamente di non pensare neanche che siano vere?

Conclusione

Una singola pagina web non è sicuramente sufficiente a esaurire un argomento così complesso ed affascinante, ma almeno può fornirvi qualche nozione di base ed aiutarvi a comprendere quello che vedete.

Ricordate sempre che maiko e geisha sono delle professioniste che svolgono un lavoro, non sono fenomeni da baraccone da inseguire e fotografare come animali allo zoo.

Vi piacerebbe essere inseguiti da orde di turisti maleducati che cercano di toccarvi e fare foto con voi? Figuratevi come piace a loro.

Fonti (non esclusive)

Autore

Erika Passerini